Venice Club \ Venice Mobile
Gli architetti veneziani sono scesi in piazza per denunciare alla cittadinanza e ai responsabili politici, l’insostenibile blocco della burocrazia nel settore dell’edilizia.
L’intervento della magistratura ha scardinato gli equilibri consolidati che hanno permesso fino a ieri il mantenimento dei rapporti formali fra l’interesse del singolo e quello del Pubblico, ed ha evidenziato le “forzature” delle regole che avevano costruito imprenditori, professionisti e funzionari pubblici.
Il ritorno alla “normalità” ha però causato l’interruzione del rapporto: il blocco degli iter amministrativi, la revisione delle procedure, e danni economici per il settore.
Di fronte ad una situazione di blocco generalizzato dell’edilizia, i protagonisti si beccano in allegria rimbalzandosi la responsabilità e chiudendosi a difesa del proprio gruppo di appartenenza in uno scenario di professionisti contro professionisti, Ordine Architetti contro Ordine Ingegneri, Comune contro Regione, Sovraintendenza contro tutti. Nella “baruffa” però non è previsto vincitore poiché lo scopo finale è l’imbonimento del proprio interlocutore forèsto, in attesa del naturale ri-equilibrio dei tasselli interni agli assetti locali.
“Me despiase, che el xé forèsto, e co’l va via de sto liógo, no voràve che el parlasse de nù, e che andasse fuora la nomina, che le Chiozotte xé baruffante; perché quel che l’ha visto e sentìo, xé sta un accidente. Semo donne da ben, e semo donne onorate; ma semo aliegre, e volemo stare aliegre, e volemo balare, e volemo saltare. E volemo che tutti posse dire: e viva le Chiozotte, e viva le Chiozotte!” (Carlo Goldoni, 1762 Lucietta, atto III, finale)
La manifestazione rappresenta un evento significativo del clima generale veneziano di baruffa fra famiglie o club che è immortalato dalle Baruffe chiozziotte, dove in scena sono – come recita Goldoni in una nota alla prima rappresentazione – “i pescatori e le donne che stanno loro intorno… schermaglie amorose di un gruppo di popolani inseriti in un contesto familiare”.
La conclusione della crisi in modo conciliante, la visione rassicurante e coerente, è però realizzabile solo nello spazio ristretto e nella semplificazione continua, ovvero attraverso una serie di continue distorsioni:
- Il sistema delle regole non è guidato da una visione di sviluppo e di crescita ma dalla continua necessità di mantenere in vita sé stesso; non è in grado di dialogare né al suo interno né tantomeno con l’esterno e ha perso la sua missione di facilitazione delle relazioni fra cittadini ma, al contrario, si pone come ostacolo.
- Le politiche per territorio sono super localistiche, diventando quindi marginali rispetto alle idee e agli investimenti globali (idee, tecnologie e investimenti sono oggi molto lontani dal Veneto!).
- La non trasparenza delle regole che arriva al malaffare costituiscono elementi di emarginazione del nostro territorio dalle dinamiche globali.
Altre conseguenze della distorsione/contrazione veneziana sono la chiusura del mercato del lavoro ai più giovani e – dell’altro lato – l’indifferenza dei grandi capitali internazionali per Venezia, poiché sia i primi (molto piccoli) che i secondi (molto grandi) non sono in grado di inserirsi nella conversazione e nelle regole dal club.
Massimo Cacciari (in La città, Pazzini, 2004) apre il tema della ineludibilità delle relazioni globali, dicendo che è già in atto una fase successiva per la città, indifferente nei suoi luoghi, in cui accadono degli eventi sulla base di logiche che non corrispondono più ad alcun disegno unitario d’insieme.
Al fine di uscire dallo stallo che la piccola vicenda degli architetti rappresenta è almeno auspicabile che Venezia dichiari la dimensioni su cui vuole giocare il proprio futuro. E’ lecito immaginare due città opposte, una fondata su una grande origine conto una fondata su un grande fine. Da un lato assecondare il consolidato immaginario di città protetta dalla sua laguna, valorizzando la società delle persone dello stesso genere, gelose delle proprie autonomie e con una spiccata propensione al dialetto. Dall’altro sperimentare (caso raro in Italia e in Europa) la città mobile, capace di immaginarsi attraverso la sintesi degli elementi più disparati, che non ponga limiti né spaziali né temporali al proprio futuro.
La città dell’origine ricerca una visione comune del mondo e gioca le sue carte sulla vicinanza geografica, sulla coerenza complessiva, sulla riscoperta dei valori tradizionali e sull’affinità dialettale che è condizione per l’esclusione o l’ammissione alla discussione.
La città del fine è per definizione mobile, pone al centro la condivisione degli scopi, aggregando persone che in comune hanno solo l’obiettivo da raggiungere e non vengono dallo stesso luogo, né parlano necessariamente la stessa lingua. Questa città si pone in discontinuità con il presente consolidato: si contrappone ad esempio alle politiche sindacali, agli ordini professionali, alla politica di pianificazione del territorio, alla consuetudine politica ed a amministrativa, al dilagante uso del dialetto.
La città mobile non è rassicurante per il cittadino (perché cambiano velocemente i vicini di casa), non ha uno spazio di riferimento (perché la discussione avviene nella rete), richiede una elevata educazione nei linguaggi e nelle regole (perché tutti parlano con tutti) e presuppone una spiccata propensione della parte pubblica alla guida e alla facilitazione della discussione (perché la discussione non è caotica ma strutturata).
Questo salto nella nuova dimensione, che si può leggere anche nelle soluzioni politiche alla crisi europea, è suggerito dall’equazione crisi = rottura delle regole consolidate. Quanto accade a livello globale, che piaccia o no, offre una miriade di opportunità complesse, e come ricorda Cedric Price – un progettista escluso dai clan – la tempestività è essenziale, l’opportunità è unica e si verificherà una volta soltanto.
Andrea Pennisi


Una visione della nostra città lucida e crudamente realistica, mi chiedo quali “sensibilità” sapranno accoglierla e usarla…
Ottimo testo: Mi permetto due osservazioni: la prima è che stante l’analisi iniziale del malaffare, sarebbe opportuno passare a una vera fase di “liberalizzazione” delle procedure tecnico-amministrative. Tanto per essere concreto ho dato un’occhiata – per esempio – a come si comporta Firenze e direi che è già MIGLIORE rispetto a Venezia. La seconda è che la “teorizzazione” della Citta Mobile, anch’essa molto interessante, può veramente contribuire al miglior funzionamento della Città Fisica, proprio in virtù delle specifiche capacità di essere città con nuove procedure di trasformazione, dove il concetto di urbanistica stessa cambia (è mobile!) secondo le diverse istanze od opportunità che via via possono essere offerte.
E’ solo un primo commento, per cercare – spero – di andare avanti.
Claudio Aldegheri